Il Cammino di Santiago Francese è stato, per me, molto più di una lunga camminata in famiglia: è stato una specie di esperimento emotivo, un reality show itinerante in cui cinque Sívori —mia madre Silvia, i miei fratelli Fran, Tommy, Gasty e io— siamo partiti per vedere cosa sarebbe successo lasciandoci andare in Galizia con zaini, vesciche, birre e aspettative alte. E quello che è successo è stato bello, caotico, curativo, divertente e a tratti stranissimo… come dovrebbe essere qualsiasi avventura condivisa.
Tutto è iniziato prima di Madrid, su un autobus semi-cuccetta da Bahía Blanca (Argentina) dove ho dormito malissimo. Quel mood non mi avrebbe più abbandonato: viaggio scomodo, sonno interrotto, ma emozione costante. Madrid ci ha accolti con quel turbine di stimoli che ti lascia mezzo stordito: gente ovunque, metropolitane con cambi, un appartamento brutto (anche se strategicamente posizionato) e il compleanno di mia madre festeggiato su un aereo. È stata una giornata densa, gentile e confusa. Sapevo che avrei avuto bisogno di un’altra settimana in città, ma il Cammino ci aspettava.
Il viaggio in treno verso Sarria è stato un altro film: una simpatica ragazza di Mendoza (Celeste) che poi sarebbe diventata parte del gruppo allargato, un cambio obbligato per gli incendi galiziani e l’arrivo in un paese che ci ha colti di sorpresa: Sarria è il tipo di posto in cui senti che tutto comincia. Hippie, carico di vibrazioni pellegrine e perfetto per calibrare lo spirito. Lì ho capito qualcosa di fondamentale: viaggiare in famiglia è bello… ma anche logorante. Bisognava trovare spazi propri per non morire nel tentativo.
L’insonnia prima del primo giorno di cammino mi ha lasciato tremante d’ansia e senza un briciolo di sonno. All’alba, con quella luce nuvolosa perfetta, il Cammino si è aperto davanti a noi come qualcosa di più grande di una semplice camminata. Folle allegre, boschi verdi, borghi minuscoli… e gli eventi insoliti, come il britannico che ci ha urlato “Las Malvinas son argentinas” e se n’è andato di corsa come se avesse compiuto la sua missione storica. L’arrivo a Portomarín, fradici per una pioggia leggera e costante, è stato cinematografico. L’attraversamento del ponte, il dolore, la gioia, la sensazione di far parte di un rituale millenario… tutto questo mescolato con la comparsa di personaggi come Emilio, il barista di Chubut, e la stessa Cele, che era già parte del cast fisso. Sono state notti di tapas, risate, timbri e scoperte inaspettate.
Il tratto verso Palas de Rei è stato più stradale e pieno di piccole connessioni: conversazioni con pellegrini di tutto il mondo, borghi che sembravano mappe di Counter Strike e una frase rimasta come portafortuna: “Chi altro odia Gorda e Carlos?”. La giornata verso Arzúa è stata la più lunga e mentalmente impegnativa. Praticamente 30 km. Lì ho capito perché il Cammino è così mistico: saluti rituali, volti ricorrenti, chiacchierate che durano minuti e significano tantissimo, paesaggi che si collegano a qualcosa di molto intimo. Entrare ad Arzúa è stata una vittoria fisica, emotiva e spirituale. Resa assoluta alla stanchezza e un orgoglio che mi ha riempito la pancia di calore.
O Pedrouzo è arrivata dopo una giornata più breve ed è venuta con quella sensazione di essere ormai a un giorno dalla fine. La cosa più bella è che il Cammino mi ha fatto sentire parte di una comunità invisibile. Tutti stavamo camminando per qualcosa. Alcuni lo raccontano, altri lo nascondono, tutti lo portano nello zaino. E tra saluti, vesciche e birre, ciò che diventa magico è questo: camminare insieme, anche se ognuno sta facendo il proprio viaggio.
E poi è arrivato l’ultimo tratto. Quella camminata verso Santiago de Compostela aveva qualcosa di strano: un misto di nostalgia anticipata e adrenalina finale, come quando stai finendo un libro che ami e procedi lentamente perché non finisca. Ogni chilometro si sentiva diverso. Più leggero, più consapevole. Quando finalmente siamo entrati in città e abbiamo visto la cattedrale, tutto ha assunto una dimensione difficile da spiegare. Non c’è stata epica hollywoodiana, ma qualcosa di molto più intimo: sollievo, emozione accumulata, la certezza di avercela fatta. Compostela ci ha accolti con il rumore dei pellegrini che arrivano, le foto, gli abbracci, i corpi a pezzi e le anime un po’ più in ordine. Ho sentito che quel punto finale era anche l’inizio di qualcosa di più profondo: la conferma che camminare, in compagnia, ti ripara in modi che non conosci finché non arrivi.
Lupa Sívori
Instagram: @ViajarLeyendo451
Settembre 2025















